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WE HAVE NO BUDGET FOR PHOTOS
by Tony Sleep



Questo testo è stato scritto dal collega inglese Tony Sleep e credo chiarisca bene il pensiero di molti di noi professionisti, visto il successo che ha ottenuto su Twitter e Facebook. Leggete e meditate :-)

Ogni settimana, ricevo in media un paio di proposte di lavoro da parte di gente che “non ha soldi” per pagare le mie foto. Case editrici, riviste, giornali, organizzazioni, aziende affermate o appena avviate: tutti pensano che la fotografia non costi niente, o peggio che mi stiano facendo un favore ad offrirmi di pubblicare il mio lavoro offrendo come compenso di aggiungere il mio nome qui o là.
Ho smesso di rispondere a queste richieste personalmente e linko semplicemente al seguente testo.


Allora, mettiamo le cose in chiaro. “Non abbiamo un budget per le fotografie” significa in realtà: “Pensiamo che i fotografi siano dei coglioni”.
Questa interpretazione potrà forse sembrarvi offensiva, ma possiamo facilmente verificarla con un esperimento: provate ad entrare in un ristorante della vostra città dicendo garbatamente “vorrei mangiare qui, ma non ho previsto un budget per pagarvi”. Aggiungere che in cambio farete pubblicità presso tutti i vostri amici non impedirà al proprietario di sbattervi cortesemente fuori a calci.
Ora, immaginate di essere voi stessi i proprietari di un ristorante dove la maggior parte degli avventori provano a cenare gratis con questa tecnica. La risposta è NO, volendo essere esageratamente gentili.
E se in realtà “non abbiamo un budget” era solo una strategia per tastare il terreno, la risposta è sempre e comunque NO. Non voglio avere niente a che fare con degli avidi opportunisti che vorrebbero imbastire una relazione professionale mentendo sin dall'inizio. Avete già dimostrato di non meritare fiducia, dunque mi date anche ragione di pensare che non sarete onesti sullo sfruttamento delle immagini e che comunque farete di tutto per non pagare un euro.
Se invece siete di quelli che promettono un sacco di lavoro meglio pagato più avanti se io accetto di aiutarvi a costo zero adesso, ottimo, ci sto, offritemi un contratto. Altrimenti per quanto mi riguarda le vostre sono tutte stronzate e la risposta è NO.
Anche perché, vedete, non me ne frega niente di “farmi conoscere” regalandovi il mio lavoro. Quello che voglio è invece un rapporto professionale di mutua collaborazione e beneficio. Da parte mia cerco di offrire la massima onestà ed integrità professionale e mi aspetto che i miei clienti facciano lo stesso con me. “Farsi conoscere” è la naturale conseguenza di un lavoro ben fatto, non un mezzo per ottenere qualcosa e lo stesso vale per il mio nome pubblicato insieme al mio lavoro: è una prassi, nonché indice di correttezza. Al contrario, di guadagnarmi applausi lavorando come un dilettante non me ne frega niente. Se avere un prodotto gratis è più importante di avere un prodotto di qualità, chiedete pure a qualcun altro.
Come la maggior parte delle persone, anch'io lavoro per pagarmi le bollette e mandare avanti la mia professione e la mia famiglia. Il fatto che io ami quello che faccio è semplicemente la ragione per cui sono quarant'anni che mi impegno al massimo nonostante le difficoltà: se pensate di avere il diritto di mancare di rispetto alla mia professionalità in virtù di questo, vi sbagliate di grosso.
Perciò non vi sorprendete se scelgo di non aiutare dei parassiti che guadagnano, o pretendono di farlo, sfruttando il lavoro dei fotografi – e anche il mio – fino al midollo. Con alcune rare eccezioni (piccole associazioni veramente no profit, mandate avanti da volontari) sono io che questa volta non ho previsto un budget per rendere le imprese degli altri più redditizie: già far quadrare i miei bilanci non è cosa da poco, vista anche questa recente tendenza a far passare lo “sfruttamento” come “un'incredibile opportunità”.
Il mio sostegno lo garantisco volentieri quando posso, attraverso piccole donazioni ad organizzazioni che ritengo di voler aiutare o semplicemente offrendo un pranzo ad un senzatetto. Vi assicuro inoltre che quando lavoro per onlus e associazioni, lo faccio a tassi agevolati. Penso di essere una persona onesta, generosa e gentile, ma mi sento di non fare l'elemosina a degli accattoni stipendiati che mi chiedono di riempirgli le tasche con soldi a manciate. Mi fanno incazzare. Specialmente quando mi insultano dicendo che si, il mio è proprio un bel lavoro, però non lo pagherebbero un cent.
Ho avuto delle conversazioni esilaranti con un sacco di gente che, a quanto pare, pensa che delle buone immagini siano solo il frutto di circostanze fortunate e che dunque sia loro diritto averle a costo zero, semplicemente perché gli elettroni non hanno ancora un preciso valore di mercato. Come la volta in cui incontrai la manager di un'importante organizzazione inglese (con un utile dichiarato di oltre 3 milioni di sterline). La signora mi spiegava quanto tenesse a pubblicare più foto possibile sul sito internet del gruppo di cui era a capo: i visitatori le trovavano infatti più efficaci ed immediate dei testi (prodotti per altro da uno specifico team di scrittori retribuiti). Dunque l'importanza delle foto era fuori discussione. Ma, forse, sarebbe stato anche il caso di pagarle: magari usando una parte del budget annuo di 160.000 sterline che la suddetta organizzazione destinava ai contenuti web (di nuovo, ho controllato le cifre dichiarate, disponibili online). La signora proprio non riusciva a capire che la foto che aveva davanti e che avrebbe tanto voluto pubblicare esisteva solo perché io avevo investito tempo, denaro e lavoro nel crearla. “Ma tutti i fotografi di solito sono ben felici di lasciarci pubblicare le loro immagini gratuitamente” mi spiegava. Non credo proprio lo siano, probabilmente hanno solo omesso di dare un'occhiata alle solite cifre che dicevo sopra: se lo avessero fatto si sarebbero accorti che lei guadagnava qualcosa come 66.000 sterline l'anno (circa €74.000 al cambio attuale, ndr) – giusto qualche soldo in più della retribuzione zero che invece offriva in cambio delle immagini.
E' chiaro che soltanto i fotografi amatoriali possono permettersi di fornire servizi senza ricevere un compenso: la fotografia non è per loro una fonte di reddito. Fanno altri lavori, hanno una pensione, guadagnano in altro modo, sono dei romantici con tendenze suicide – non mi interessa. Io no. L'atteggiamento di far guerra ai professionisti per farsi belli è profondamente egoista e ha conseguenze disastrose: distrugge la fotografia come mestiere, come rispettabile fonte di guadagno per la vita.
Ecco, questa è gente vanitosa e piena di sé e davvero si accontenta di lavorare in cambio del proprio nome scritto accanto ad un'immagine: se è tutto ciò che avete da offrire, chiamate pure uno di loro. In alternativa, avete a disposizione una folta schiera di studenti e neolaureati da sfruttare – sono disperati ed inesperti, vi consiglio di cogliere al volo la ghiotta occasione di risparmiare qualche soldo e peggiorare di un altro po' le loro già precarie condizioni economiche.
Tutto questo significa che forse non riuscirete a procurarvi le immagini che volete a costo zero? Beh, benvenuti nel mondo, è dura. A me non danno certo macchine fotografiche, computer, programmi, benzina, una casa e da mangiare senza spendere un euro. La fotografia è facile ed economica no? Allora prendete una macchina fotografica e scattatevele da soli le vostre stupide foto.
E se dopo aver letto vi sentite offesi, probabilmente è perché almeno una volta, ci avete provato anche voi.
Tony Sleep

 

 

 

PENSIERINO DELLA SERA

Quanto è cambiato il mio lavoro. Io che faccio questo lavoro dal lontano 1984 posso affermare di aver vissuto tutta l'evoluzione (evoluzione?) della fotografia, e non posso fare a meno di riflettere su come sia cambiata questa professione. Iniziato giovanissimo la professione, ho conosciuto praticamente tutta la vecchia generazione di fotografi e fotografi lo dovevano essere davvero. Allora niente autofocus, niente program, tutto manuale, bisognava conoscere perfettamente la tecnica, saper giocare con essa, non avere le mani tremanti (gli obiettivi erano pesantissimi, e le pellicole più sensibili erano a 400ISO), non ci si poteva permettere di sbagliare perche' non esistevano le correzioni in postproduzione. I procedimenti degli sviluppi e delle stampe erano altrettanto complicati e ci voleva la esperienza, conoscere le carte, i tempi di sviluppo, gli acidi , saper "tirare" gli sviluppi per recuperare le situazioni dove non c'era luce a sufficienza.
Gli odori..Quegli odori della camera oscura quante volte gli sentiti, quasi mi inebriavano, ho visto apparire nelle bacinelle di sviluppo, lavato e poi smaltato su dei rulli cromati bollenti (la carta era ancora baritata) migliaia di immagini, tutto ritmato, tutto con tempi rigorosi. Ma quando le prendevi in mano eranoftoografie vere.
La carta era carta. ed il nero era veramente nero (non esisteva il problema del metamerismo.. :-) ).
E poi l'emozione di attendere, il vedere nella bacinella apparire lentamente l'immagine sotto la luce rossa, e poi goderti il tuo piccolo capolavoro, una tua creazione, era ineguagliabile.
Non solo scattarla, ma stamparla, col taglio che avevi pensato al momento dello scatto(o che inventavi al momento sotto l'ingranditore per dare dignità ad una foto che altrimenti sarebbe sembrato banale), un discorso che si faceva per ogni immagine, un racconto. UNA MAGIA.....allora la fotografia era veramente una magia per pochi iniziati. Ricordate come era bello il rumore dello scatto delle vecchie Reflex? Un clak secco e forte con una personalità propria per ogni modello e marca; e poi le ore di attesa la paura che qualcosa non andasse nello sviluppo (succedeva, succedeva credetemi) e la soddisfazione di vedere il risultato finale .
Il primo segnale è stata la carta plastificata, poi le nuove fotocamere con autofocus e program. Ma la fotografia professionale resisteva. Poi, senza neanche quasi accorgercene, le cose sono cambiate. Il digitale avanzava con passo di corsa.
Io, sinceramente ero entusiasta, nel 1998 collaboravo con aziende milanesi e tenevo consulenze sulle prime compatte digitali, e progettavo sistemi per consegnare stampe espresso durante eventi e cerimonie. E cosi', per un po' di tempo, ho continuato a lavorare con due macchine, una analogica, il banco ottico e una digitale.
Sinceramente la digitale veniva troppo comoda per spedire le foto ai clienti, mi evitava di perdere ore ed ore in giro per consegnare. Ma piano, piano mi rendevo conto che il fotografo stava perdendo il rispetto del grande pubblico e che le stampe stavano scomparendo per lasciare posto ai cd. Tutto il lavoro di sviluppo, stampa, provinatura, numerazione e selezione veniva sostituito con "scaricare", correggere, rinominare, inviare via FTP o per mail. Sentivo che la fotografia iniziava a perdere il suo valore, non era più rispettata. Le richieste prima erano precise, venivano remunerate nel giusto valore delle professionalità, poi si inziò a dire "mi mandi una foto, ti do la mail", tutto si risolve li', la smaterializzazione delle immagini ha fatto perdere valore al nostro lavoro come se il valore di una bella immagine si pesasse con il peso della carta con cui viene stampata, come se i fotografi giocassero, come se fotografare non fosse più un lavoro che richiede continuo studio, ricerca e professionalità, ma uno schiacciare semplicemente un pulsante. Credo che tutti noi che facciamo questo mestiere abbiamo molto faticato in questi anni, per imparare, per adeguarci nostro malgrado, per fare comunque del nostro meglio, per offrire al cliente nonostante i cambiamenti la migliore qualita', ed il miglior servizio . Oltre ad essere dei fotografi abbiamo dovuto imparare ad essere dei grafici, dei tecnici software ed hardware, poco riconosciuti pero'(sia sul piano economico, che professionale). Ma non si può fermare il progresso. Si continua ad andare avanti, inventandoci giorno per giorno come districarsi meglio in questi cambiamenti. Oggi il mio lavoro è solo digitale, mi permette di essere più veloce, mi da' meno ansia di attesa, è molto più facile, se i contrasti sono troppo forti o se inquadro un po' storto (succede facilmente a chi porta gli occhiali, credetemi) risolvo con photoshop, tutti i flash per illuminare un locale stanno in uno zaino di medie dimensioni, (altro che portabagagli pieni di flash a stativi) ma ho bisogno di ritornare indietro, di ritrovare quelle sensazioni che mi attanagliavano quando svolgevo servizi, con modelle, o in località lontane, ho bisogno delle paure di allora, ma soprattutto ho bisogno di SODDISFAZIONE.

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